Non poteva mancare l’intervista al protagonista di “Il Divin Codino”
L’inserto odierno del Corriere dello Sport su “Il Divin Codino” si apre con l’intervista al vero protagonista del film, Roberto Baggio. Argomenti a tutto tondo, ma inevitabilmente si è parlato anche delle quattro stagioni a Brescia del fantasista, tuttora primatista di gol in A delle Rondinelle con 45 reti.
LA SERIE A COL BRESCIA – “Un’avventura meravigliosa. Una sfida anche lì, una salvezza che sembrava impossibile. Perché il Brescia non era mai stato per due anni di fila in A, andare lì con un sacco di ragazzi e fare quello che abbiamo fatto, arrivando settimi, è stato bellissimo. Quando indossavo una maglia giocavo per la squadra e i tifosi di quel momento, ho avuto la fortuna di star bene dappertutto”.
IL CALCIO DI OGGI E DI IERI – “Non ci sarà mai un giocatore uguale a un altro. Tutti pezzi unici, uomini e calciatori. So di aver dato tutto e ho una riflessione. C’è un aspetto che viene spesso trascurato: succede che ti trovi in mezzo a mari in burrasca e hai solo venti, ventitré, ventisei anni. Basta una stupidaggine, una parola fuori luogo, un comportamento sbagliato e finisci per essere giudicato. A volte mi metto nei panni di certi ragazzi obbligati a decidere del loro futuro”.
IL FILM E LA NAZIONALE – “Gli anni sono passati troppo velocemente, e non mi riferisco a quando giocavo. A Pasadena ho visto materializzarsi il sogno che avevo rincorso da bambino, poi mi sono svegliato, mi è arrivato addosso un treno a trecento all’ora. Quando ho visto il film non era ancora finito. Mi ha emozionato, sì, ma non faccio testo: quello che hai vissuto viene interpretato da un altro, strana sensazione”.
GLI INFORTUNI – “La cosa più bella è aver compiuto il percorso nonostante le strade fossero segnate. Ho giocato tanti anni contro il parere dei medici, avrei dovuto accantonare il sogno della finale col Brasile e invece ci sono arrivato. Mi manca il campo, mi piacerebbe giocare sul prato di casa con mio figlio, ma ho paura di tirare una pallonata e dover poi cercare le rotule nell’erba. Mi allenavo come i miei compagni, soltanto a fine carriera a Brescia saltavo il lunedì e il martedì perché mi trovavo con le ginocchia gonfie come zampogne. Avevo imparato a gestirmi per arrivare vivo la domenica successiva”.
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Non vuole sapere più nulla se non si era comprato il Brescia lui e Peppe
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