Altobelli: “Brescia per me era ed è casa”

Le parole dell'ex attaccante

Alessandro Altobelli ha parlato in esclusiva al Giornale di Brescia. Ecco le sue parole nell’intervista integrale.

Brescia

«Era il 1974, misi piede in una città che aveva appena vissuto la Strage di piazza della Loggia. I miei erano preoccupati, io non vedevo l’ora di mettermi in mostra su un campo di calcio. Brescia mi ha accolto, mi ha abbracciato, mi ha fatto sentire subito uno del posto. E poi qui ho conosciuto Stefania, mia moglie, sono nati i miei figli. Ormai mi sento bresciano a tutti gli effetti».

Mai avuto la tentazione di trasferirsi?

«No, nemmeno ai tempi dell’Inter in cui avevo la casa ad Appiano Gentile e in centro a Milano. Io la domenica finita la partita prendevo l’auto e tornavo a casa. E per me casa era ed è Brescia».

Tre stagioni, dal ’74 al ’77: c’è una persona a cui deve dire grazie?

«Tante, ma una in particolare: Francesco Saleri. Mi è stato vicino fin dal primo giorno, quando mi sono sposato è stato lui a comprarmi casa a Brescia. Sei milioni, io ne prendevo cinque. “Me li darai Spillo”. E così è stato, ma il gesto non lo dimenticherò mai. Fu lui ad accompagnarmi in sede all’Inter quando firmai il contratto».

Lei è stato anche assessore allo sport all’ombra del Cidneo.

«Un onore grandissimo. Non sapevo di politica, ma potevo portare la mia cultura sportiva in Loggia. Ero in Tunisia, Ettore Isacchini mi chiamò per dirmi che ero stato messo in lista. Gli dissi “ma non so nulla Ettore”, mi rispose: “Non ti preoccupare, impari”. Poi l’elezione e la nuova telefonata: “Diventi assessore allo sport”. La solita mia frase, la solita risposta: “Non ti preoccupare, impari”. Mi sono messo a disposizione, delle cose di cui vado fiero c’è l’aver recuperato 5 miliardi destinati al Rigamonti che rientravano nei contributi per tutti gli stadi in occasione di Italia ’90».

A fine anni Novanta pensò anche di prendere il Brescia.

«Ero molto legato a Viganò, vice presidente dell’Inter. Metteva tanti soldi, una volta gli dissi “perché non fai un’esperienza da solo?”. “E dove?”. “A Brescia” gli risposi. Parlammo con Corioni, non trovammo l’accordo, si virò su Padova. Dopo qualche mese me ne andai, lasciando i soldi sul tavolo. Venivamo visti come stranieri non troppo graditi».

Prima però, con la maglia del Brescia, la carriera la finì nella stagione ’89-’90.

«Non avrei potuto fare altrimenti. In realtà accadde però qualcosa di strano. Mi chiamò Bersellini, che per me era come un padre. Allenava l’Ascoli in serie A, mi convinse ad andare. Feci delle amichevoli, ma a qualche giorno dall’inizio del campionato nessun contratto. Arrivò il mio amico Costante, con la Ferrari, a trovarmi. Io la mattina mi presentai da lui con la valigia. “Andiamo” gli dissi. Ma il bagaglio non ci stava nella Ferrari. Presi i vestiti, li buttai in auto, e via. Dopo qualche ora sentii Sogliano: l’accordo per giocare nel Brescia arrivò in due minuti».

Segno di quel legame che ancora oggi esiste.

«Se sono soddisfatto come uomo e come calciatore lo devo anche a Brescia. È anche grazie a lei se non ho rimpianti, se sono stato bravo o fortunato, vedete voi, a trovarmi nella condizione di vivere sereno e di poter lasciare qualcosa ai miei figli. Ecco, visti così i 70 anni sono quasi belli».

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Bricsia
11 mesi fa

Complimenti Spillo, la gratitudine non è mai scontata, sei stato un campione vero, ma la semplicità e l’umiltà non ti hanno mai abbandonato

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