Corini: “Sono tornato per riportare Brescia dove merita”

Lunga intervista a La Gazzetta dello Sport dell'allenatore dell'Union Brescia

Union Brescia Media House

Eugenio Corini ha rilasciato una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport nel corso della quale ha ripercorso la sua carriera da calciatore fino al suo ritorno sulla panchina del Brescia. Ecco le sue parole.

L’intervista di Corini

TESTA MATTA – “Da ragazzo ero un po’ una testa matta. Andai via dalla Juve perché volevo giocare, poi alla Samp litigai con Mancini. Ma avevo torto, soprattutto nei modi usati”.

IL BRESCIA –  “Per me è una sfida. Qui ho già vinto, so come si fa”.

PAPÁ CARLO – “Sì, mi diceva che non potevo pensare di fare il calciatore a quindici anni e mezzo. E non voleva farmi sentire arrivato. Anzi. Mi insegnò a conquistarmi ogni cosa”.

LA JUVE – “Era l’estate di Italia ‘90. Arrivai alla Juve con Baggio. Robi era una rockstar, io uno sconosciuto. E tante volte il Trap ci ha messo in camera insieme: una persona unica, mi faceva un sacco di scherzi. La sera passavamo tutto il tempo a giocare a Pinnacola. Quante sfide tra me, Baggio e Carrera. Nessuno voleva perdere”.

 

LA ’10’ – “Già, ma solo perché si davano i numeri dall’uno all’undici. Scherzi a parte, è stato un onore indossare la dieci sia alla Juventus che al Napoli. Ho solo un rimpianto: l’unica volta che affrontai Maradona gli chiesi la maglia, ma l’aveva promessa a Casiraghi. E pensi la vita come è strana: tre anni anni dopo quella dieci l’ho indossata io”.

LA SAMP – “No, fu colpa mia. Da giovane ero un po’ una testa matta. Roberto alla Sampdoria era importante, bisognava portare rispetto. Discutemmo e io risposi male, sbagliai soprattutto nei modi. A Genova sono stato bene, Sacchi mi convocò tre volte in Nazionale. Però sono stato stupido, ho scelto d’impulso”.

GLI INFORTUNI – “Nella sfortuna ho trovato una nuova vita. Mi hanno cambiato. Dopo il secondo infortunio al crociato avevo ventotto anni e ho avuto paura. Ho visto il baratro. Temevo di non tornare a giocare più. Forse lì, per la prima volta, ho pensato di fare l’allenatore”.

 

PALERMO – “Ricordo i tifosi sotto la sede del club dopo la mia conferenza d’addio, fu un gesto d’amore. Palermo è una piazza che porto nel cuore, ma in quel momento non c’erano le condizioni per restare. Sono rimasto un po’ deluso dalla mancanza di chiarezza di alcune persone”.

 

ZAMPARINI – “Io l’ho avuto sia da calciatore che da allenatore. Era un personaggio, spesso ci siamo scontrati. Anche da tecnico nel 2017 mi dimisi perché non mi sentivo ascoltato”.

 

VICINO ALLA ROMA – “È così. Mi chiamò Pradè, dicendomi che Spalletti voleva un regista da affiancare a De Rossi e Pizarro. Poi non se ne fece nulla, non so perché. Però so che Guidolin aveva parlato bene di me con Baldini. Per me il mister è stato un secondo padre”.

 

POTEVA FINIRE ALL’INTER – “Era tutto fatto, altroché. Io alla Samp ero chiuso da Jugovic e volevo giocare a tutti i costi. Così il mio procuratore parlò con l’Inter per farmi andare a Milano. Ma Mantovani bloccò tutto. Mi prese da parte e mi disse: ‘Ti ho appena preso, non ti vendo. Impegnati e avrai il tuo spazio’. E così fu.

 

RIMPIANTO NAZIONALE – “Sí, assolutamente. Sacchi mi stava buttato dentro contro il Messico. Stavo per entrare, ma si fece male Mancini e lui mise in campo una punta. Sempre Roberto nel destino… ma fu uno sfortunato caso. Peccato”.

 

IL RITORNO A BRESCIA – “Sono tornato qui per riportare la città dove merita. Nel 2019 fu una festa bellissima, c’era un fiume di gente. Coltivo il sogno di voler rivivere emozioni del genere. È la luce che vedo in fondo al tunnel, voglio riuscirci. Riportare il Brescia dove merita. Vivo con questo desiderio”.

I PIÚ FORTI CHE HA ALLENATO – “Non vorrei fare un torto a nessuno, ma se devo scegliere direi Tonali e Hjulmand. Avevano qualcosa di diverso. Sandro era un ragazzino, ma ti stupiva per la mentalità e l’atteggiamento. Si comportava come un trentenne nel corpo di un ragazzino. E poi… che talento! Anche Morten, un temperamento e una leadership innate. Fu un grandissimo colpo di Corvino, lo scovò dall’Admira Wacker, in Austria, dove non faceva nemmeno il titolare”

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